Aldo Baglio rivela le ragioni della crisi con Giovanni e Giacomo …

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Dopo un’infinità di spettacoli teatrali e dodici film insieme, di cui sei da registi, il celebre trio comico Aldo,Giovanni e Giacomo si è preso un periodo sabbatico. E Aldo si è messo in proprio con “Scappo a casa” il suo primo film da solista che esce al cinema il 21 marzo. Una commedia con un fondo umano, sociale e anche politico profondo, un road movie ambientato tra Budapest, Milano e la Slovenia che, ridendo e scherzando, fa riflettere parecchio sul  tema dell’immigrazione. 

Nel film diretto da Enrico Lando, Baglio interpreta il superficiale Michele, a cui interessa solo apparire, con le macchine di lusso prese nella concessionaria dove lavora come meccanico, i social network, gli abiti modaioli e l’ossessione per le donne, con un “rimorchio” selvaggio favorito dallo smartphone, dal suo irrinunciabile parrucchino e dagli aiutini farmaceutici. Spietato verso chi è diverso da lui, a cominciare dagli extracomunitari, per uno scherzo del destino, durante un viaggio a Budapest, dopo il furto di cellulari e documenti sarà vittima di una serie di incidenti tragicomici che lo faranno finire in una struttura per immigrati, scambiato per tunisino e destinato al rimpatrio. Con tanto di poliziotta corrotta (Angela Finocchiaro) in cui si imbatte nella sua fuga attraverso la Slovenia. 

Accanto a lui recitano anche la fascinosa franco-senegalese Fatou N’Diaye  e l’attore francese Jacky Ido, originario del Burkina Faso, visto anche in “Bastardi senza gloria” di Tarantino, qui nel ruolo del compagno di fuga dal centro per migranti.

Aldo, ma perché ha deciso di staccarsi dal trio?

"Arrivato a 60 anni, sentivo l’esigenza di esprimermi diversamente rispetto ai film del nostro trio. Non sapevo dove questa spinta interiore mi avrebbe portato, ma volevo essere io il motore di un mio progetto. Ogni tanto mi sono sentito perso, mi chiedevo “dove sto andando da solo, sono impazzito?”, a volte il fatto di essere al centro del film invece mi gratificava. Ho cercato una sperimentazione cercando di non essere troppo sperimentale”.

Ma il trio si è sciolto?

"Ma no, tanto che in estate cominceremo a girare un nuovo film, ancora in fase di scrittura e per ora top secret. Abbiamo semplicemente deciso di prenderci un periodo sabbatico dopo il nostro ultimo film, per evitare di cadere in situazioni che non ci divertivano. È stata una parentesi fertile per tutti e tre, Giacomo si è dedicato al teatro, Giovanni ha scritto un libro. I miei colleghi hanno anche letto la sceneggiatura iniziale del mio film, molto lunga, consigliandomi dei tagli. Il ritorno del trio però non esclude che io faccia un altro film da solo. Quando apro le porte è difficile che le richiuda".

Il suo film è una satira sul razzismo e sull’Europa sovranista.

“Più che un film sulla questione migratoria o sul razzismo, 'Scappo a casa' è più  un film sull’incontro tra persone diverse. Il mio Michele odia la gente di colore e a un certo punto si ritroverà anche a vedersi nero, ma è solo un film sul cambiamento e sulla presa di coscienza. Non sarei stato pronto a parlare di immigrazione, è un tema troppo grande e delicato. All’inizio pensavo di realizzare un road movie sul cambiamento, poi la mia idea si è intrecciata all’attualità della questione migranti, a quello che sta accadendo nella società. Il mio personaggio è diventato una persona egoista e intollerante che vive il suo peggior incubo, essere scambiato per un extracomunitario. Credo di aver dato vita a un film onesto e se gli spettatori vorranno dargli altre connotazioni, compresa quella socio-politica, va bene lo stesso”.

Ma lei come la pensa su questo tema?

“Per quanti sforzi facciamo non sarà un problema che si risolve né oggi né domani, ma mettere dei muri non produce niente. Bisogna andare oltre il colore della pelle,  alla fine viviamo tutti in questo mondo, ci vorrebbe più collaborazione. L’uomo dovrebbe proteggere la Terra e finora non l’ha fatto”.

Nel film il suo personaggio per distinguersi dai compagni di fuga di colore ci tiene a sottolineare di essere “emigrante e non migrante”. Da meridionale migrato al nord con la sua famiglia ha mai subito episodi di razzismo?

"Da ragazzino, a Milano, mi sono sentito spesso dare del “terrone”, ma è un insulto che mi è  sempre scivolato addosso, considerando anche il fatto che lì c’erano quasi più terroni che milanesi"

Il suo superficiale protagonista, Michele, è uno smartphone-dipendente, lei che rapporto ha con cellulare e social?

“Sono molto pigro, so usare poco il cellulare. E non so niente dei social, non li frequento, ho una miriade di fake, ma non ho profili miei. Li trovo anche un po’ pericolosi, basta che qualcuno scriva una cattiveria su di te e sei finito".

Qualcuno, vedendola nel film ha riscontrato delle somiglianze con Checco Zalone, c’è pure un brano musicale che intona “W la fuga, siamo estero-sessuali”…

“Ho  cercato di essere me stesso, non ho mai pensato a Checco Zalone. Certo se facessi i suoi incassi non mi dispiacerebbe. Il mio film cita, invece i western di Sergio Leone e, con il personaggio dell’immigrato con la gamba di legno, “Tre uomini e una gamba”, il cult del nostro trio".

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