Conte ricorda Peppino Impastato "Il suo ricordo è ancora vivo"

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Lungo post di Luigi Di Maio per commemorare Peppino Impastato, ucciso dalla mafia 41 anni fa. Il vice premier grillino ha esordito: «Ogni volta che esco dall’aereo e mi riaffaccio sulla Sicilia mi sembra di sentirne il profumo. Il cuore mi sorride ogni volta che ci arrivo e anche oggi è così. Il pensiero, però, in un giorno come questo, non può che andare a Cinisi. Lì, 41 anni fa, si compiva una tragedia che mi ha sempre toccato nel profondo. Giuseppe Impastato è un eroe nazionale e come tale voglio ricordarlo. Ma se c’è una cosa che davvero mi fa rabbia della sua morte è proprio quello che l’ha succeduta. Un terrorista, un assassino, per questo avrebbero voluto farlo passare e solo il coraggio di Rocco Chinnici – guarda caso anch’esso in seguito eliminato da Cosa Nostra – ha deviato quell’indagine verso ciò che era: un infame delitto di mafia». Prosegue il capo politico M5s: «Un sacrificio che si collega a un altro. A insegnarci che certe cose costano e il coraggio è cosa rara, talmente tanto da impaurire chi non ce l’ha e si crede invincibile nascondendosi dietro la minaccia, dietro la paura. Peppino Impastato non ci ha insegnato che la mafia è una montagna di merda, quello già lo sappiamo. Dentro di noi, lo sappiamo tutti. Peppino Impastato ci ha insegnato che quei 100 passi vanno percorsi, a testa alta, qualunque cosa accada. Perché la cosa che fa più paura a chi la paura la utilizza per avere potere è proprio chi la paura non ce l’ha». (Aggiornamento di Massimo Balsamo)

Il 9 maggio di 41 anni fa la mafia uccideva Peppino Impastato. Dopo un lunghissimo iter giudiziario, sono stati condannati per l’omicidio il boss Gaetano Badalamenti e il vice Vito Palazzolo. Nel frattempo la figura di Impastato è diventata uno dei simboli dell’antimafia, infatti sono nate associazioni in suo onore, oltre che lotte e iniziative per la legalità. Il delitto passò quasi inosservato per molti anni anche perché quel giorno venne trovato a Roma il corpo del presidente della Dc Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse. L’impegno del fratello Giovanni e della madre Felicia hanno permesso di scoprire la vera natura della morte di Peppino Impastato. Riuscirono a raccogliere elementi che portarono alla riapertura dell’inchiesta giudiziaria, ma nel 1992 il Tribunale di Palermo decise di archiviare una seconda volta il caso ritenendo impossibile individuare i colpevoli. La svolta nel 1996 grazie alle dichiarazioni del pentito Salvate Palazzolo. Secondo le rivelazioni del collaboratore di giustizia, gli esecutori materiali del delitto furono Francesco Di Trapani e Nino Badalamenti, entrambi già morti all’epoca del procedimento. Sullo sfondo però è rimasto un filone relativo alle omissioni e al possibile depistaggio delle indagini in cui sarebbero rimasti coinvolti alcuni rappresentanti delle istituzioni. (agg. di Silvana Palazzo)

Peppino Impastato, un ricordo che non morirà mai: sono trascorsi 41 anni dall’omicidio del giornalista di Cinisi, omaggiato sui social network da politici di ogni colore. A partire dal premier Giuseppe Conte: «41 anni fa la mafia assassinava Peppino Impastato. Ancora vivo è il suo coraggio di ribellarsi, la sua determinazione a non rassegnarsi, a non rimanere in silenzio. Concentrazione massima per contrastare le mafie, per percorrere non cento, ma mille passi in piena libertà». Queste le parole del governatore del Veneto Luca Zaia: «Oggi si celebra la giornata della memoria delle vittime del terrorismo, nazionale ed internazionale, nell’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro e Peppino Impastato. Ricordare è il più grande antidoto al ripetersi di queste tragedie». Infine, Pietro Grasso: «Si allontanò dal padre, poi iniziò a denunciare i soprusi e gli affari di cosa nostra. La storia di Peppino Impastato è un esempio di coraggio ancora oggi per i giovani che con determinazione lottano per le proprie idee e sognano un Paese libero dalla mafia». (Aggiornamento di Massimo Balsamo)

Come Aldo Moro, Peppino Impastato se ne andava 41 anni fa nel silenzio dei “media” (attratti ovviamente da quanto avveniva in Via Caetani a Roma, ndr) dopo aver lottato per pochi anni ma in maniera veemente contro la mafia di Cosa Nostra. Oggi lo ricorda la nipote, Luisa Impastato 31enne presidente della “Casa memoria Felicia e Peppino Impastato”, in una intervista all’Agi. È stata la nonna a raccontare a lei tutto quanto avvenuto in quegli anni difficili a Cinisi e negli anni la lotta contro la mafia e la memoria di quei “100 passi” è servita da collante per iniziare una nuova vita: «Pensare che mio zio fosse più giovane di me quando è stato ucciso mi spinge ancora di più a sentire la responsabilità di portare avanti il suo messaggio. Era un ragazzo che a trent’anni ha dedicato la sua vita ai suoi ideali e questo ti fa sentire piccola», spiega Luisa Impastato al collega Paolo Borrometi (anche lui minacciato dalla mafia, ndr) sull’Agi. Un pensiero della donna anche per Giulio Regeni quando sottolinea «Lui e Peppino sono due persone legate alla ricerca della verità e della giustizia. I familiari di Regeni si impegnano per raggiungere la verità, così come noi abbiamo fatto con mio zio con quel vergognoso depistaggio». (agg. di Niccolò Magnani)

Sono passati 41 anni dalla morte di Giuseppe “Peppino” Impastato. Il giornalista di Cinisi, che denunciò i crimini della mafia locale, fu barbaramente ucciso il 9 maggio 1978. Cosa Nostra cercò di mascherare l’omicidio come un attentato terroristico, anche grazie alla complicità di molte persone che hanno ostacolato l’accertamento della verità. Quei depistaggi furono riconosciuti nella sentenza di condanna a 30 anni nei confronti del boss Vito Palazzolo, che era già morto, accusato di essere il mandante del delitto. La tesi è stata ribadita anche con la condanna a 30 anni per un altro boss, Gaetano Badalamenti. Per l’omicidio di Peppino Impastato sono stati celebrati due processi: da entrambi è emersa «una sconcertante sequela di omissioni, ritardi, negligenze e approssimazioni nella raccolta delle prove» e «un sistematico travisamento dei dati di fatto e delle informazioni raccolte durante i primi accertamenti investigativi».

Doveva essere un “delitto perfetto”, per questo si cercò di coprire l’esecuzione mafiosa di Peppino Impastato con la messinscena di un incidente. Secondo gli inquirenti, sarebbe stato ucciso in un casolare nelle campagne di Cinisi e il suo corpo trascinato sulla linea ferrata dove poi venne dilaniato da una bomba. Il militante della sinistra extraparlamentare aveva denunciato i traffici della mafia di Cinisi. Fu uno dei pochi a denunciare le realtà mafiose, ma la sua storia è straordinaria anche perché lui stesso proveniva da una famiglia affiliata al crimine organizzato. Quindi ebbe il coraggio di fare una scelta differente e denunciare. Il padre Luigi era un amico di Gaetano Badalamenti, capomafia della zona che abitava a “cento passi” da casa sua. E proprio “I cento passi” è il nome del film del regista Marco Tullio Giordana, che ha ricostruito la vicenda di Peppino Impastato, riscuotendo un grande successo di pubblico e critica.

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