Elemosiniere del Papa, esposto di Acea. Gli occupanti: "Pronti ad …

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Alle 16,30 nel grande ingresso del palazzone è un continuo entrare di genitori con bambini, di tutte le età, per mano, nei passeggini, nei marsupi. Normali immagini di ritorno da scuola o dall’asilo. Ma le famiglie sono multicolori e questo è il palazzo occupato in via di Santa Croce. Lo avevamo visitato nei giorni scorsi, prima del taglio dell’elettricità e del successivo intervento dell’Elemosiniere di papa Francesco, cardinale Krajewski. (LEGGI LA CRONACA)

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E questo è il racconto di un condominio molto particolare, ma molto diverso da quanto si scrive anche in questi giorni sui palazzi occupati. Ad accompagnarci è Adriana Domenici, consacrata laica, da sei anni impegnata qui con i più fragili della città. La salutiamo mentre sta aiutando suor Rachel a scaricare alcuni scatoloni di scarpe. Le abbiamo conosciute tre mesi fa in occasione della notte passata a incontrare le prostitute di viale Marconi assieme a don Paolo Lojudice, allora vescovo del settore sud di Roma e da poco nominato arcivescovo di Siena. E anche don Paolo è molto legato al palazzo occupato, c’è stato più volte, per incontrare le famiglie e anche per celebrare la Messa, così come don Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, quando era ausiliare a Roma per il settore centro. “All’inizio – ricorda Adriana – i militanti di Action ci hanno permesso di aiutare le famiglie ma dicendo “basta che non entri Dio”, ma poi Dio è entrato”.

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Proprio sulla cancellata su un grande cartello in legno si legge che “Spin time labs” “è un punto d’incontro e confronto tra culture e religioni diverse aperto a tutti”. E su un altro che riporta le attività che si svolgono nel palazzo si legge che al terzo piano tutti i sabati, dalle 21 alle 24, si svolgono “incontri interreligiosi”. “Facciamo il cammino di preghiera e vengono anche musulmani. Anche la Lectio Divina con le suore. Siamo tutti fratelli. Festeggiamo insieme la fine del Ramadan e la Pasqua”. E ci sono stati tanti battesimi, cresime, comunioni e matrimoni. E Dio non solo è entrato ma ha anche accolto fuori, come la parrocchia di Santa Croce che tutte le mattine offre 150 colazioni e dal 2014 ospita nei centri estivi più di 40 bambini delle famiglie occupanti.

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E allora entriamo. Adriana ci presenta Madalena, rumena, 24 anni e con un figlio di 8. Il suo compagno è peruviano, e lei fa le pulizie in un esercizio commerciale, due ore al giorno per sei giorni, con regolare contratto. Ma non basta per vivere e allora chiede a suor Rachel se può prendere un paio di scarpe che le piacciono molto. “Mi hanno rubato gli occhi”. Janette, etiope, sta portando una cassetta di frutta. Ha 48 anni e vive in Italia da 20. Fa lavoretti, pulizie, tata. Ma, ci dice con orgoglio, “sono riuscita a far studiare mia figlia che si sta laureando in storia dell’arte”. È iscritta nelle liste per le case popolari ma, commenta, “alle persone sole non tocca niente”. Ci spostiamo dove stanno distribuendo la frutta. C’è Roberto che ha iniziato a fare il volontario in parrocchia dopo la pensione. “È stato terapeutico”. C’è Caterina, sorella di Adriana. Professoressa di lettere, anche lei distribuisce i viveri oltre a insegnare italiano. “Sono soffocata da baci e abbracci”, ci dice sorridendo. Tutti fanno parte dell’Associazione “Sentieri verso l’altro”, nata nel 2009 per seguire famiglie del disagio, sia economico che spirituale. Prima a Tolentino e poi a Santa Croce.

Foto Mira

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Anche Vittorio fa il volontario. Era titolare di un’azienda di webgrafica, esperienza che ha portato qui, con tutta l’attrezzatura, aprendo un laboratorio dove si impara questo mestiere. Partecipano una quindicina di persone “di tutte le età anche nonna Rosa, 70 anni, che non aveva mai visto un computer”. E da poco è partito il mensile “Rigeneraction” con 8 redattori di 5 nazionalità. “Scriviamo della vita del palazzo, dei rapporti con le istituzioni. Lo distribuiamo anche in una scuola frequentata dai bambini, che ci scriveranno”.

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Moderna tecnologia e tradizione, così accanto c’è un laboratorio di icone. Saliamo ai piani superiori, dove gli uffici sono stati trasformati in abitazioni. Tutto è in ordine, pulito. Nei corridoi i passeggini e i tricicli dei bimbi. Ci sono le zone per stendere, una cucina comune per corridoio, anche i bagni sono in comune, autocostruiti. All’ingresso le regole da rispettare e l’attrezzatura per tenerli puliti. C’è un comitato interno che si occupa di manutenzione, pulizia, piccoli lavori. E tutti gli occupanti contribuiscono con una cifra “condominiale”.

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Incontriamo Cachide, curda. “Io sono dalla nascita rifugiata, non per un documento. Noi combattiamo per il mondo ma il mondo non ci aiuta”, dice ricordando il fondamentale ruolo dei curdi contro il Daesh. “Sono qui da 2 anni. Due miei fratelli sono stati uccisi dai turchi in carcere. È rimasto solo un fratello non vedente. Arrestato sei volte perché suonava e cantava le nostre canzoni. Per loro è propaganda”. Walter, 65 anni, è invece italiano, figlio di emigrati in Venezuela. “Ho perso un paio di treni – dice sorridendo – e sono finito nella droga: 22 da tossico, di tutto”. Poi la comunità di recupero. “Sono uscito e ho fatto due figlie. Ma per la crisi ho perso il lavoro. E ho solo la pensione di invalidità. Sono qui da tre anni. Qualcuno lassù non mi ha voluto, vuol dire che le mie figlie salveranno il mondo”.

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Filomena è coetanea. “Ho lavorato sempre in nero e ho solo la pensione sociale. Meno di 600 euro al mese”. Sei anni fa lo sfratto per morosità, una prima occupazione e poi da 3 anni qui. “Ho il diabete e l’anno scorso mi hanno ripresa per i capelli”, si sfoga nella sua cameretta piena di tutto quello che le rimane. Infine incontriamo una famiglia egiziana. Lui cuoco lei insegnante di arabo. Tre figli, Il più grande fa ingegneria elettronica e gioca calcio, le due ragazze le superiori. Sono tutti cittadini italiani. “Siamo qui da 5 anni. Prima per 17 siamo stati in affitto, sempre puntuali, poi ho perso il lavoro e non potevo più pagare”. Prende la disoccupazione, meno di 600 euro al mese, mentre la moglie fa dei corsi in una scuola. “Ringraziamo perchè siamo qui. Se no stavamo per strada. Dovete aiutarci a far crescere democrazia nel nostro Paese. Si scappa per questo. Se ci aiutate è una vantaggio anche per voi”. Questo è il palazzo di cui tanto si parla.

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“Vogliamo togliere la vetrata, per fare entrare la gente – dice ancora Adriana – e far vedere che qui non ci sono “animali feroci””.


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