Fosse Ardeatine, 75 anni dopo "il ricordo è ancora una ferita dolorosa"

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Correva l’anno 1944. Si è nei mesi successivi a quell’8 settembre 1943, giorno in cui si annuncia l’entrata in vigore dell’Armistizio, siglato segretamente cinque giorni prima a Cassibile (Siracusa), con cui il Regno d’Italia si impegnava a cessare le ostilità verso gli Alleati angloamericani, dando così inizio alla Resistenza Italiana al Nazifascismo. I tedeschi, dal canto loro, assunsero il pieno controllo di Roma. Supportati dalle forze armate della RSI (la neonata Repubblica Sociale Italiana, ndr), fecero partire una serie di perquisizioni, arresti, retate e rastrellamenti in quei quartieri della Capitale dove si sospettava potesse trovarsi sia chi aveva aderito alla Resistenza, sia cittadini ebrei. La Resistenza antifascista, pur essendo costretta ad operare in clandestinità, organizzava la propria difesa in ogni forma che le fosse possibile.

Il vero spartiacque per le vicende capitoline dell’epoca fu quanto avvenne in via Rasella il 23 marzo 1944. In concomitanza con le operazioni di sbarco alleato nella vicina Anzio, partite a gennaio, un gruppo di partigiani italiani piazzò in quella strada un ordigno, con successivo lancio di bombe a mano, che uccise 33 militari tedeschi in marcia. I comandi tedeschi sancirono che per vendicare questo attentato andassero eliminati 10 italiani per ogni soldato tedesco morto. Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma, insieme al questore, Pietro Caruso, assunse l’incarico di scegliere una parte delle vittime, che sarebbero state fucilate in gruppi di 5. Per lo più civili ed ebrei, vennero condotti presso le Fosse Ardeatine. Il luogo si trovava sull’omonima via, a un passo dalla Appia Antica e dalle catacombe degli antichi martiri cristiani. In quella zona vi erano cave di pozzolana che gli aguzzini valutarono come idonee fosse comuni, essendo lunghe e profonde gallerie sotterranee.

Le vittime di questa immane barbarie furono 335 (5 in più del previsto, catturate forse per errore, ma assassinate comunque poiché testimoni del massacro). Fra queste vi fu anche un figlio di Cerignola, Teodato Albanese. Come descritto dal compianto storico locale, Luciano Antonellis, nel suo «Cerignolesi illustri-Repertorio biografico e bibliografico» (Laurenzana, Napoli-1979), Albanese era «nato a Cerignola il 7 luglio 1904. Dottore in legge e in scienze sociali, esercitava la professione di avvocato; scrittore di materie politiche e sociali, era stato capitano di artiglieria. Arrestato dai tedeschi, si trovava a Regina Coeli, dopo essere passato per la tortura nella prigione di via Tasso, quando Kappler decise ed attuò la terribile rappresaglia per l’azione di via Rasella del 23 marzo. Prelevato dal carcere romano, seguì la tragica sorte di altri 334 martiri: aveva meno di 40 anni».

I familiari delle vittime furono tenuti all’oscuro dell’eccidio e i corpi occultati facendo esplodere alcune mine nei giorni seguenti. Le uniche informazioni sull’accaduto si ebbero da un trafiletto de “Il Messaggero” del 25 marzo nel quale, partendo dall’episodio di via Rasella, si legge in conclusione che «il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito». Soltanto mesi dopo, grazie alla testimonianza appurata e resa nota da alcuni frati del Convento di San Tarcisio, sulla via Appia, iniziò ad emergere la verità. In quelle settimane, le cave sulla via Ardeatina divennero una sorta di meta di pellegrinaggio da parte dei familiari di prigionieri scomparsi improvvisamente. Nel frattempo, il 4 giugno 1944 gli Alleati giunsero e liberarono Roma.

Nell’estate dello stesso anno si procedette all’apertura delle cave e all’identificazione dei corpi ritrovati. L’incarico venne affidato al professor Attilio Ascarelli, medico anatomopatologo che guidò la sua equipe in questo delicatissimo processo. L’età delle vittime identificate, tutte di sesso maschile, va dai 14 ai 74 anni. Fra queste c’è il nostro Teodato Albanese, le cui spoglie «riposano nel Sacrario dedicato a quei martiri sulla via Ardeatina, laddove erano le cave di pozzolana», come riportato da Luciano Antonellis, il quale ricorda anche che «il Comune di Cerignola, nel 1973, in occasione del XXIX anniversario della strage, fece apporre sulla casa natale del martire la seguente lapide

A PERENNE MEMORIA

DI

TEODATO ALBANESE

AVVOCATO

ANTIFASCISTA MILITANTE

TORTURATO E FUCILATO

ALL’ETÀ DI QUARANT’ANNI

PER BARBARA MANO NAZIFASCISTA

ALLE FOSSE ARDEATINE IN ROMA

IL 24 MARZO 1944

IL COMUNE

RICONOSCENTE

POSE

SU QUESTA CASA

OVE EGLI NACQUE.

ADDÌ 24 MARZO 1973».

Nello stesso 1973, come testimoniato dall’Antonellis, la via Caradonna, che collegava Corso Garibaldi con via Don Minzoni, fu intitolata al martire antifascista nostro concittadino. A 75 anni da uno dei crimini più efferati della storia italiana del ‘900, è quanto mai proficuo fare esercizio della memoria, elemento basilare su cui si regge, si tiene unita e si orienta una comunità.

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