WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?

WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?

C’è un virus che in questi ultimi mesi si è introdotto nella musica pop internazionale, un virus di 17 anni che per molti ha già cambiato le coordinate del genere con una serie di singoli, alcune collaborazioni, l’ammirazione incondizionata dell’ambiente. Billie Eilish è il nome che ormai da qualche mese gira insistentemente, forte di vagonate di ascolti in streaming, visualizzazioni su Youtube e tutto questo senza prima ancora che fosse uscito il suo primo album ufficiale che, appunto, vede ha visto la luce alla mezzanotte di oggi. “When we fall asleep, where do we go?” è il titolo di questo esordio fulminante, un esordio che è senza dubbio una boccata di ossigeno per il pop patinato che ci ha invaso in questi anni e che ha un senso di inquietudine che riesce a farsi grido universale.

Non l’avete mai sentita nominare? Non c’è da preoccuparsi, soprattutto se siete abbondantemente sopra i 20, il fenomeno è abbastanza normale, è successo anche per la trap, giusto per citare un genere che si nutre di ascolti molto giovani. La Eilish giovane lo è, e giovane è probabilmente il suo pubblico e quello a cui si rivolge. Ma se pensate a qualcosa di simile al teen pop sbagliereste di grosso, a meno che non lo intingiate nella psichedelia (che non è un riferimento musicale, attenzione) e nell’acido mescolando per bene. Milioni di visualizzazioni, miliardi di stream, e ovviamente il totale disinteresse radiofonico del nostro Paese, mentre l’America l’ha scoperta già da un po’ (ha fatto cover su The Fader, ma praticamente tutti i principali quotidiani e magazine le hanno dedicato un profilo o un’intervista). Un miliardo (sic) di stream per la cantante che è quanto di più lontano dall’immaginario della popstar donna di questi ultimi anni: nessuna concessione all’ammiccamento sexy, nessuna concessione al glamour, ma la voglia di non essere mangiata da un ambiente che fagocita più facilmente di quello che si pensa. E così la gestione è completamente familiare e oltre al fratello che con lei crea e produce, la madre le fa praticamente da manager e anche il padre è inserito nella crew di questa cantante che ama avere il controllo totale di tutto ciò che la riguarda: “Potrei essere facilmente una di quelle che si fa scegliere i vestiti, qualcun altro si inventa cose per i miei video, un altro lo dirige e io non ho assolutamente nulla a che fare con ciascuno di loro – ha spiegato al New York Times -. Qualcun altro scrive la musica, un altro la produce e io non dico niente. Poi uno mi gestisce Instagram etc. Tutto potrebbe essere più facile se volessi, ma non sono quel tipo di persona e non sono quel tipo di artista. Morirei piuttosto che essere quel tipo di artista”.

La carriera della Eilish comincia un po’ di anni fa, quando lei aveva 14 anni e il fratello 17 Finneas e insieme scrissero e pubblicarono su SoundCloud “Ocean Eyes” – pensata inizialmente per farla ascoltare all’insegnante di ballo della ragazza -, la canzone che fu il turning point della sua carriera: la canzone ebbe un successo incredibile e subito si è cominciato a vedere il potenziale di quello che sarebbe diventato, ovvero la capacità di usare immagini e parole fuori dai canoni di quello che solitamente siamo abituati a sentire. Descriverla è complesso: durante un primo, fugace, ascolto fatto in una stanza della Universal poco prima dell’uscita di questo esordio era un continuo rimando a qualcosa: “Qui si sente Lorde”, “Qui c’è lana Del Rey”, ma col tempo il tutto si è diradato in uno stile molto personale, forte anche, inutile negarlo, di una struttura di racconto che va oltre quello che in Italia, ad esempio, possiamo pensare possa uscire – e soprattutto avere successo – da una ragazza così giovane. Se in “Ocean’s Eyes” c’erano scene alla Apocalypse Now fatte di “Burning cities and napalm skies” (“Città in fiamme e cieli di napalm”) – le colline in fiamme torneranno anche in “all the good girls go to hell – la canzone che mi ha convinto definitivamente che la Eilish era qualcosa in più della solita popstar spinta dai media americani è stata “bury a friend”, per l’incedere del pezzo, senza dubbio, per quel fare ipnotico, ma anche per quel racconto che pare nascere da una lettura in acido fatta di “Nel paese dei mostri selvaggi” di Maurik Sendak (ma anche di “Una strana creatura nell’armadio” di Mercer Mayer, altro classico per l’infanzia) e che nasce, invece, da qualcosa di peggio, la paralisi ipnagogica, ovvero la cosiddetta paralisi nel sonno di cui ha sofferto più volte, come ha anche spiegato a Zane Lowe.

“bury a friend” (“seppellisci un amico”) fa riferimento alla morte di XXXTentacion, il trapper morto a seguito di una rapina, subita, finita male, ed è il racconto del dialogo tra una ragazza e un mostro posto al di sotto del proprio letto: “Cosa vuoi da me? Perché non vai via da me? Cosa ti stai chiedendo? Cosa sai? Perché non hai paura di me? Perché ti prendi cura di me? Quando ci addormentiamo dove andiamo?”. Un mostro che, si scoprirà, alla fine non essere altro che la cantante stessa: “Quando abbiamo scritto ‘bury a friend’ l’intero album è scattato nella mia testa. Ho immediatamente capito cosa stava per accadere, come sarebbero stati i visual e come volevo venisse percepito. Questo brano ha inspirato tutto l’album. ‘bury a friend’ è letteralmente il punto di vista di un mostro sotto il mio letto. Se ti metti in quello stato mentale, cosa sente e cosa fa quella creatura? Confesso di essere quel mostro, perché io sono il mio peggior nemico. Posso essere anche il mostro sotto il tuo letto”. Insomma, nessuna rima cuore amore da queste parti, ma l’amore, declinato a modo suo, ovviamente, non manca, anche in questo lungo sogno che è quest’album: ci sono le delusioni di un amore non corrisposto, ad esempio, in “wish you were gay” in cui canta “Non dire che non sono il tuo tipo, dici semplicemente che non sono il tuo orientamento sessuale preferito (…) spero solo che tu sia gay” c’è la distanza di “when the party’s over”, un ragazzo che la guarda come se fosse trasparente (“So che non ti dispiace, perché dovrebbe dispiacerti? Insomma, chi sono io per essere innamorata quando il tuo amore non è mai per me?”).

L’album è tendenzialmente ciò che accade quando ti addormenti. Per me, in ogni canzone dell’album c’è una paralisi del sonno, ci sono il terrore della notte, gli incubi e sogni lucidi” ha spiegato specificando di aver sempre fatto incubi orrendi e si aver sofferto almeno cinque volte della paralisi: “Tutti i miei sogni sono così lucidi che riesco a controllarli. A volte sogno cose che poi si realizzano il giorno dopo”. Insomma il sogno e ciò che accade quando si sogna, come dice il titolo, è un tema portante di tutto questo lavoro che alterna momenti più dark a handclapping, versetti che si ripetono e accompagnano le metriche dei pezzi, c’è la voce metallica accompagnata da un basso che vi prende a pugni di “Xanny”, testo che parla del rifiuto di prendere Xanax, come fanno molti suoi coetanei, “all the good girls go to hell” che, per capirsi, sembra una Lorde ma ancora più dark, “my strange addiction” che è sincopata, cantilenante e forse una delle più “convenzionalmente” pop, c’è il gioco tra ukulele e voce infantile di “8”, c’è la ballad pop che si chiama, ovviamente, “I love you”, i carillon di “ilomilo” fino a un gioco che è un metaracconto: “Goodbye”, infatti, pezzo che chiude l’album altro non è che un pezzo scritto con pezzi estratti da tutte le canzoni ascoltate prima e che, quindi, ha senso ascoltato da solo, ma ne ha ancora di più se ascoltato alla fine di tutto l’album, in un gioco di specchi e riferimenti che, con le dovute distanze, ricorda quel capolavoro letterario che è “Rayuela” di Julio Córtazar. La Eilish, che trapassa i generi, inserisce nelle canzoni una serie di suoni che vanno dal suono delle sirene, della pioggia, le risate finte delle sit com americane ma soprattutto costruisce un prodotto che è anche un gioco di rimandi e incastri che è continuo, come dimostra, appunto, “Goodbye”: in “you should see me in a crown” si cita “Ocean eyes”, si gioca con i numeri in “wish you were gay” e i titoli delle ultime tre canzoni sono da leggere come fosse una frase: “listen before i go, i love you, goodbye” (Ascolta, prima che me ne vada, ti amo. Ciao”). Alla faccia della moda dei singoli – e lei di singoli di successo ne ha vari – e dell'”album non conta più”, la Eilish dimostra come ridare corpo a qualcosa di cui si sta raccontando la fine, senza restare fuori dal mondo.


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